Storia dell’Index Librorum Prohibitorum
Nell’era digitale anche la cultura è a portata di click, oggi è semplice fruire di qualsivoglia tipo di informazione ovunque noi siamo. Ma, ovviamente, non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la conoscenza era custodita gelosamente solo dai libri. C’è stato un tempo – e forse c’è ancora – in cui la conoscenza faceva paura, un tempus obscurus, in cui la Chiesa cattolica si è addirittura sentita minacciata dal sapere, tanto da stilare un indice di libri proibiti, libri che dovevano bruciare. Al rogo, come le streghe e gli eretici. L’indice dei libri proibiti – l’Index librorum prohibitorum – era un elenco di libri profani, redatto nel 1558 (e diffuso poi nel 1559) da Papa Paolo IV, conosciuto anche come “indice Paolino”. Un’aperta condanna per i volumi considerati immorali, offensivi e non corretti sul piano teologico. Si pensi che nel 1559 il capo di imputazione più ricorrente nei processi per eresie, era la “detenzione” di libri! Ma facciamo un salto ancora più indietro, esattamente nel 325, Concilio di Nicea. Ab origine la Chiesa ha sempre proibito la lettura e la diffusione di libri considerati eretici e proprio in questi anni assistiamo alle prime manifestazioni di censura con la messa al bando delle opere di Ario, un teologo berbero. Successivamente, papa Anastasio I bandì le opere di Origene, e Leone I quelle dei manichei. Nel secondo Concilio di Nicea, nel 787, si impose la confisca dei libri proibiti che dovevano essere consegnati direttamente nelle mani del vescovo. Al terzo Concilio del 868, furono date al rogo opere di Pietro Abelardo, Francesco Stabili e Arnaldo da Brescia. Addirittura, nel 1234, si arrivò anche a bruciare le traduzioni in lingua volgare della Bibbia, il che manifestava il timore della Chiesa cattolica di permettere al popolo di consultare da sé il testo sacro, senza alcun tipo di filtro, con la possibilità che si andassero a creare interpretazione discordanti da quella originale ed ufficiale.
La diffusione della cultura diventò per la Chiesa difficile da controllare con l’avvento dell’invenzione di Gutenberg, la stampa a caratteri mobili, che, nel 1453, portò a una rapida diffusione del sapere attraverso il moltiplicarsi delle tipografie e dunque dei testi, anche grazie alla geniale trasformazione che apportò al formato dei libri l’editore Aldo Manuzio, che sostituì i formati in folio con testi “tascabili” da poter più facilmente trasportare. E così per far fronte al problema, la Chiesa rispose con la bolla papale, emanata nel 1487 da Innocenzo VIII, dove venne introdotta la censura preventiva. A seguire, nel 1515, un’altra bolla papale da parte di Leone X introdusse l’autorizzazione precauzionale alla stampa, l’imprimatur. Fu Papa Paolo III a istituire poi, il 21 luglio 1542, con la bolla Licet ab initio, la “Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione”, o “Sant’Uffizio”, con il compito di difendere l’integrità della fede ed esaminare le false dottrine anche avvalendosi di un indice di libri proibiti. Nel 1548 fu Giovanni Della Casa, arcivescovo e letterato – noto per aver pubblicato il “Galateo”, un manuale di buone maniere – il primo a stilare il primo indice, un elenco di 149 opere tacciate come eretiche; la proibizione però non fu applicata a causa della ferma opposizione dei librai. E’ nel corso del Concilio di Trento, 1545-1563, avviato per fermare la diffusione della dottrina luterana che si diffondeva nel continente a macchia d’olio e che cominciava a minacciare seriamente la Chiesa Cattolica, che Paolo IV, promulgò con un decreto affisso a Roma il 30 dicembre del 1558 il primo Indice dei libri profani per la Chiesa Cattolica che si impose nel mondo con queste parole “Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’ Uffizio”. E in questo primo elenco erano vietate, tra le tante, il De Monarchia di Dante Alighieri, Il Decameron di Giovanni Boccaccio, Il Talmud e tutte le opere di Guglielmo di Ockham, Machiavelli ed Erasmo da Rotterdam.
Questo non fu che l’inizio, tant’è che nel 1564, dopo il Concilio di Trento, venne pubblicato da Pio IV e sotto la spinta del cardinale Carlo Borromeo, un secondo elenco, l’Indice Tridentino – o Index librorum prohibitorum cum regulis confectis – che a differenza del primo fu meno rigido e applicato in tutta Europa. Nel 1571, qualche anno più tardi, fu istituita la “Congregazione dell’Indice”, col potere di aggiornare la lista dei libri proibiti da diffondere poi a tutti i librai. I testi annoverati nell’Indice, a causa di un pensiero originale, diverso e quindi pericoloso, aumentarono notevolmente nel 1600 a seguito delle prime, rivoluzionarie scoperte effettuate nel campo scientifico e proprio così, paradossalmente, nella lista nera finirono opere come quelle di Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Giordano Bruno, opere e pensieri che per fortuna neanche il fuoco dell’ignoranza riuscì a fermare. Non solo il pensiero scientifico faceva paura alla Chiesa Cattolica, ma anche saggi di letteratura, filosofia e storia furono messi al bando: Baruch Spinoza, Alexander Dumas padre e figlio, Denis Diderot, Francesco Bacone, Immanuel Kant, Victor Hugo. Alcuni autori, come Torquato Tasso, si autocensurarono, altri, invece, se ne infischiarono delle sanzioni e continuarono il loro lavoro di divulgazione del sapere: i già citati Bruno e Galilei, Giacomo Leopardi, Benedetto Croce, Ugo Foscolo, Cesare Beccaria, Thomas Hobbes, Voltaire; tra gli ultimi ad entrare nell’indice furono Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Gabriele D’Annunzio e Alberto Moravia.
Nei suoi quattro secoli di vita, l’index venne aggiornato almeno venti volte, l’ultima nel 1948; poi, il 7 dicembre 1965, giorno prima della chiusura del Concilio vaticano II indetto da Paolo VI, si intravede finalmente la luce: l’Inquisizione Romana venne sostituita con la “Congregazione per la dottrina della fede” con il compito di promuovere la ricerca teologica, senza più alcuna forma di repressione. E venne definitivamente abolito il potere sanzionatorio dell’Index librorum prohibitorum, relegandolo a documento storico e ad un mero monito alla coscienza del buon cristiano.
La storia ci insegna quanto il progresso, la divulgazione del sapere, la conoscenza, ha sempre fatto paura al Potere che, dalle origini ad oggi, pur cambiandosi d’abito, ha in ogni modo cercato di tenere l’uomo sotto il giogo dell’ignoranza. Eppure, l’uomo ha sempre capito, prima o dopo, che la vera rivoluzione è la battaglia culturale.

Foto di Emanuela Stella (Indice dei Libri Proibiti, Casa del Libro Antico, Lamezia Terme)

