Recensioni: “Prima di tutto un uomo. Romanzo su Saverio Strati” di Palma Comandè

Racconto sulla vita del grande scrittore di origini calabresi

“Prima di tutto un uomo. Un romanzo su Saverio Strati” di Palma Comandè, edito da Rubbettino, è un romanzo, una storia, che va letta così come si ascoltano i racconti degli anziani attorno al fuoco: con rispetto, attenzione, e la consapevolezza che in quelle parole si nasconde una verità più grande di un intreccio narrativo. L’opera non si ferma a raccontare solo Saverio Strati – il grande scrittore originario di Sant’Agata del Bianco, morto a Scandicci il 9 aprile del 2014, vincitore con “Il selvaggio di Santa Venere” del Premio Campiello – ma diventa anche un’indagine sulla sua famiglia e sulla verità.

“Perché la verità?

Perché non dice ciò che vuoi sentirti dire.

Non mostra ciò che vuoi vedere.

La verità costringe.

A udire, vedere, pensare.

Quando essa diventa un bisogno, perché tacerla?

Perché comprimerla nei divieti delle convenzioni e dei moralismi?

Perché rinunciare con essa a compiere un viaggio? Il proprio viaggio!

La verità fa male, sempre.

Ma è la sola a parlarti di te.

La sola a raccontare l’uomo”. (nota dell’autore)

Il romanzo si colloca in una tradizione che oscilla tra il verismo di Verga e il neorealismo del secondo dopoguerra, ma con una sensibilità contemporanea che lo rende straordinariamente attuale.

L’incipit è un frammento autobiografico: una giovane Palma accompagna la madre da Casignana a Sant’Agata del Bianco, un viaggio breve nella distanza, ma denso di simboli e rivelazioni. Un ritorno alle radici, un confronto con il passato che anticipa il cuore tematico del romanzo: la necessità di comprendere la propria storia per dare senso al presente.

La narrazione si sviluppa attraverso le vicende di tre generazioni, in un intreccio di affetti, sacrifici e lotte quotidiane. Il tema della terra e del possesso si snoda come un filo rosso, ma senza cadere nella rigidità verghiana. Qui la “roba” di cui parlava Mazzarò non è solo fonte di condanna o di ossessione, ma un elemento attorno a cui si costruiscono e si disfano i destini familiari. Non è solo ricchezza materiale, ma anche radicamento, senso di appartenenza, nodo identitario.

Se Verga guardava il mondo contadino con una prospettiva quasi fatalistica, il neorealismo – di cui Saverio Strati fu una delle voci più autentiche – ha trasformato quella narrazione in una denuncia sociale. La Comandè raccoglie questa eredità e la rilancia, costruendo un romanzo che ha il respiro del grande affresco storico e il dettaglio della cronaca familiare. Le dinamiche di povertà, di lotta per la sopravvivenza, di emigrazione non sono raccontate con distacco documentaristico, ma diventano carne viva della narrazione, attraverso personaggi che portano sulla pelle i segni della loro epoca.

Ma è nelle figure femminili che il romanzo raggiunge il suo vertice più alto. La letteratura meridionale ha spesso relegato le donne a ruoli di madri silenziose o di mogli sacrificate. L’autrice ribalta questa prospettiva: le sue donne non sono semplici ancelle della storia, ma ne sono il motore. Agata, con la sua forza titanica, incarna la resilienza, l’intelligenza e la speranza di un riscatto sociale, soprattutto per quel suo primo figlio; ma anche il peso una vita sofferta, fatta di violenze domestiche e umiliazioni quotidiane, causate da un marito che ha scelto la paura invece dell’amore, l’indifferenza invece del calore familiare. La sua corazza sentimentale si trasforma in una condanna collettiva, influenzando il destino dell’intera famiglia.

E Teresa, figlia sventurata di Agata, personaggio di straordinaria complessità, mai mosso dall’avidità, ma solo dal sacrificio e da una serie di scelte dettate dalla necessità e dal senso del dovere. Il suo destino è emblematico di una condizione femminile in cui l’amore, il sacrificio e il peso delle aspettative sociali si intrecciano in un nodo indissolubile.

Il suo matrimonio con lo zio “miricano” è un gesto estremo, un atto di rinuncia e al tempo stesso di protezione verso ciò che resta della famiglia. Ma il prezzo da pagare è altissimo, come in una tragedia greca, il destino si rivela inesorabile: non solo non ottiene la sicurezza sperata, ma diventa bersaglio del giudizio sociale, vittima di un mondo che non perdona chi devia dalle regole non scritte. La sua parabola è una discesa senza ritorno, un tormento interiore che la consuma fino alla malattia. Teresa e Agata, e tutte le donne che incontriamo nel raaconto, incarnano il dramma delle donne calabresi di un tempo, ma anche la loro forza. Sono prigioniere di un sistema che le vuole figlie, mogli, madri, ma mai padrone del proprio destino. Eppure, nella loro sofferenza, c’è qualcosa di epico: una resistenza silenziosa, una dignità che sopravvive anche alla sconfitta.

Le donne di “Prima di tutto un uomo” sono custodi di un passato che non può essere dimenticato, e custode e testimone è anche Palma Comandè. Lei, erede della stessa tempra di nonna Agata, riesce a creare un ponte tra passato e presente, affrontando anche le verità più scomode e, soprattutto, ci permette di comprendere non solo il percorso culturale di Saverio Strati ma prima di tutto l’uomo. Un uomo che ha conosciuto la povertà, l’indifferenza di un padre padrone, il lavoro duro da muratore e poi ha conosciuto la sete. Quella sete inesauribile, instillata dalla madre fin dalla nascita, quella voglia di conoscenza che smuove anche le montagne. E così, con il supporto economico dello zio Giovanni, lo zio della “Merica”, pur ormai ventenne, inizia gli studi con risultati brillanti decidendo, comunque, di non discutere mai la tesi.

Alla fine del romanzo, ciò che resta non è solo il ritratto di un grande scrittore, ma la consapevolezza che per capire il presente bisogna saper ascoltare le voci del passato. E l’autrice, con il suo sguardo lucido e poetico, ci ha insegnato a farlo nelle ultime pagine del suo romanzo riuscendo ad abbracciare la necessità di dare voce ai propri sentimenti, di renderli visibili rivolgendosi simbolicamente allo zio, scomparso dopo aver scelto una solitudine lontana, tra le colline toscane. Un addio che si chiude con la consapevolezza di quei sottili richiami del destino, percepibili solo da chi ha un’anima capace di leggere oltre il visibile.

“… e in lui un pensiero si stagliò su tutti: il cuore andava ascoltato! A dispetto di qualunque freno e qualunque limite, il cuore andava ascoltato! Perché se non ti ascolti non esisti. E la vita che vivi non è vita. E men che meno la tua”.

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *